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E’ in fase di definizione, in Parlamento, l’approvazione del cosiddetto “Job Act” con cui il Governo Renzi intende dare stimolo alla crescita occupazionale del paese.

I punti sostanziali del provvedimento sono: migliorare gli ammortizzatori sociali per aiutare chi perde il lavoro,  incentivi all’assunzione dei giovani e di nuovi occupati a tempo indeterminato, riduzione …

dei contratti di lavoro a tempo determinato  e maggiore flessibilità in uscita ossia maggiore facilità di licenziamento per le aziende nei confronti dei propri dipendenti.

E’ quest’ultimo il “tasto dolente” della paventata riforma, oggetto di scontro anche all’interno del Partito Democratico; in sostanza si verrebbe a modificare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, baluardo delle battaglie operaie degli anni 60/70 che quella generazione aveva eroicamente ottenuto a tutela della propria stabilità economica e che, pare, il governo voglia spazzare via in un colpo solo. In particolare quello che verrebbe eliminato è il reintegro in caso di licenziamento discriminatorio. Vediamo in breve cos’è: oggi se un datore di lavoro licenzia un dipendente e il giudice dichiara che il licenziamento è dato da ragioni discriminatorie, esso può imporre o un risarcimento o il reintegro del lavoratore nel proprio posto di lavoro. Pensiamo a quanto sia importante questo diritto in un momento come quello che stiamo vivendo, in cui spesso quando si perde il lavoro non si riesce a trovarne più un altro; pensiamo anche a quanto costituisca da deterrente nei confronti di atteggiamenti parziali e ingiustificati da parte dei datori di lavoro.

La riforma voluta da Renzi cancella invece il diritto al reintegro, lasciando solamente la possibilità per il lavoratore “discriminato” di ottenere un indennizzo. La domanda è lecita, volendo fare l’Avvocato del Diavolo: perché un imprenditore dovrebbe mai licenziare un suo dipendente se produttivo e capace?

In una società meritocratica probabilmente non ci dovremmo neanche porre il problema. Purtroppo la realtà italiana è ancora fortemente pervasa dal Campanilismo, dalle Raccomandazioni e dalle “mazzette”; possiamo soltanto immaginare al sistema di ricatti e di inciuci che potranno nascere da questo contesto e a quante persone possono perdere il lavoro solamente perché non hanno la giusta “protezione”. E’ un ritorno al Medioevo!!!

La precarietà aumenterebbe vertiginosamente e gli investimenti per il futuro e gli accessi al credito continueranno a calare. Le famiglie sarebbero ancora di più sulla graticola, con ancora meno certezze per il proprio futuro. La disparità tra le garanzie dei dipendenti pubblici e quelli privati (già piuttosto ampia) è destinata a crescere ancor di più, aumentando la tensione sociale già in essere su questo tema. Dunque perché andare avanti con questa carneficina? L’agognata maggiore flessibilità, presente negli altri paesi e a cui dovremmo tendere anche noi è una grande menzogna: se si escludono gli Stati Uniti (che hanno un sistema economico che nulla ha a che vedere con il nostro) gli altri paesi europei più ricchi hanno in realtà enormi tutele per i lavoratori. Provate a licenziare un operario tedesco!

A questo punto la “manovra renziana” sembra più un’operazione di facciata, uno spot per la propria campagna elettorale o peggio un favore per alcune grandi aziende “amiche”.  Gli imprenditori stessi sono consapevoli che l’economia non è così che può ripartire; per tornare ad assumere c’è bisogno di meno burocrazia e soprattutto di meno tasse, solo così si possono aprire spiragli di crescita e a quel punto anche pensare ad una migliore flessibilità ma certamente diversa da quella oggi proposta. Ora non si può che sperare che la manovra subisca profonde revisioni a che le opposizioni e i sindacati facciano sentire la loro vicinanza ai tanti lavoratori che altrimenti, tra qualche anno, potrebbero essere licenziati perché non sufficientemente simpatici.

Alessandro Persichini 

 

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