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Sul martirio delle donne è doverosa l’urgenza di una soluzione immediata.

Anche quest’anno si avvicina puntualmente, il 25 novembre,-la GIORNATA  INTERNAZIONALE  PER L’ELIMINAZIONE DELLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE. A meditare sulle parole con cui questa giornata è stata definita e con cui viene celebrata, si dovrebbe poter concludere che sono stati fatti molti progressi per arginare nel nostro Paese il cosiddetto “femminicidio”. A scorrere …

le statistiche sembra, però, che i risultati conseguiti siano del tutto irrisori, per non dire completamente nulli. Ad esempio, nel corso dell’anno 2013 si è avuto un femminicidio a giorni alterni e si sono contati ben 213 assassinii, sempre compiuti contro le donne e sempre con efferatezza e violenza inaudita. Le cause sembrano sempre le stesse: la gelosia, l’orgoglio, la superbia, il possessivismo da parte dell’uomo a cui fa da contraltare la posizione della donna ancora situata in una struttura sociale che le assegna un ruolo codificato da secoli, cioè quello di moglie e di madre.  Quando poi si ribella a questo ruolo , tenta in parte di modificarlo a proprio vantaggio  con modalità esistenziali nuove e diverse, nella maggior parte dei casi corre il rischio di non venire più accettata e di subire violenze inaudite. Eppure non si può negare che il nostro Paese sia all’avanguardia nella formulazione di norme legislative intese a proteggere in ogni modo la donna sia in seno alla famiglia che quando vive da sola o ha i figli in affidamento in seguito a divorzio. C’è chi dice che alcune donne siano restie a far ricorso alla legge, quando si trovano immerse in un clima di violenza familiare, perché non vogliono assumersi la responsabilità di romperne l’unità. Anche se ciò accade, qualche volta, non può essere proposto come causa portante della violenza sulle donne. Ci pare invece che tale causa affondi le sue radici nella psiche della natura maschile, che sorga all’improvviso dai meandri reconditi dell’inconscio dove covano da secoli le rimozioni latenti di un’educazione alla superiorità dell’uomo sulla donna, alla sottomissione totale e univoca di quest’ultima che sempre e comunque dovrebbe essere sottoposta alla volontà dell’uomo. Di fronte a questo ostacolo di natura psicanalitica che uniforma unilateralmente il comportamento maschile, le formule della coercizione normativa restano sovente lettera morta anche perché spesso il femminicidio è seguito all’istante dal suicidio dell’assassino e altrettanto spesso quest’ultimo stermina, con la donna, tutta la famiglia. A questo stato di cose noi non sappiamo indicare altra soluzione, se esuliamo dal campo specifico della formazione umana. Più concretamente vogliamo indicare nella scuola e nell’educazione il momento essenziale per gettare luce nel buio delle coscienze oscurate dal pregiudizio e portarle alla consapevolezza del rispetto reciproco. Si tratta di un’azione educativa che deve seguire l’individuo non solo tra i banchi di scuola e durante le fasi successive dell’avanzamento formativo, ma stargli a fianco anche dopo che si è inserito nell’agone della vita e si trova ad affrontare problematiche complesse e di difficile soluzione. Viviamo in una fase di sviluppo sociale e civile che non rende peregrino questo discorso, perché, con l’ausilio dei mass-media, il fatto educativo può inserirsi nelle pieghe più riposte dell’esistenza quotidiana, sia pubblica che privata. Ancora una volta la scuola è chiamata non solamente a veicolare il proprio messaggio educativo in diretto contatto con il materiale umano, ma a farsi anche promotrice di una collaborazione più diretta con gli organi di informazione, la cui presenza, come si è detto, sollecita l’attenzione delle masse. La carta stampata, la televisione, internet costituiscono un ausilio potente all’educazione e all’acquisizione di una dimensione di vita all’insegna della coesistenza civile e pacifica nella società nel suo complesso a cominciare dalla cellula familiare. I valori del rispetto reciproco, della comprensione delle esigenze altrui come fossero le proprie, dell’amore e dell’affetto verso i propri cari, a cui la donna sovente devolve tutta se stessa, sono determinanti per porre quest’ultima su piano più elevato di convivenza civile e di parità di diritti.

 

Prof.essa Leonarda Oliva 

 

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